Con “Marcinelle” a teatro ci si emoziona e si riflette

Quando il teatro scende in miniera, la miniera diventa memoria viva.

Alle otto e dieci del mattino dell’8 agosto 1956 il sogno di un futuro migliore, nutrito da 136 italiani, si infrange in fondo alla miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, nella regione belga della Vallonia.

Nel weekend del 21-22 marzo, sul palco del Teatro Domma è andato in scena “Marcinelle – Storia di minatori”, la ricostruzione drammaturgica che Ariele Vincenti ha fatto del viaggio e delle vicende degli emigranti italiani nel periodo storico dopo la seconda guerra mondiale, segnato da ampi flussi migratori verso il Belgio, a seguito del protocollo firmato tra i due Governi per fornire manodopera in cambio di carbone.

Foto di scena © Francesco Nannarelli (Fonte profilo FB Teatro Stabile d’Abruzzo, Ariele Vincenti)

La scrittura di Vincenti è pura poesia teatrale, capace di intrecciare le piccole storie private con la Grande Storia, che ha approfondito con un accurato studio attraverso fonti filmiche, scritte (quali i libri Carne da miniera di Walter Basso e “La catastròfa. Marcinelle, 8 agosto 1956” di Paolo Di Stefano) ed orali, proprie dei familiari delle vittime di questa tragica vicenda. In un’intervista rilasciata all’Adnkronos, l’attore e drammaturgo ha dichiarato che nei suoi spettacoli sente profondamente la necessità di raccontare: “Il mio è un teatro ‘sociale’, che vuol far riflettere, catapultandoci nella storia. Ho lavorato per oltre un anno e mezzo al mio spettacolo, leggendo, documentandomi“. Oltre la metà delle vittime italiane scese nel pozzo per il primo turno erano abruzzesi, soprattutto della provincia di Pescara. Non a caso la prossima tappa dello spettacolo sarà Il 29 marzo al Teatro Comunale di Pineto in Abruzzo.

© Francesco Nannarelli

Vincenti, che firma con mano sapiente e sensibile anche la regia, pone al centro della pièce quattro protagonisti maschili ed un’interprete femminile (Sarah Nicolucci), che veste i panni e parla i diversi dialetti di più donne: madri, mogli o future spose. Gli abruzzesi Vincenzo e Cesidio Iezzi (Giacomo Rasetti e Ariele Vincenti), il siciliano Calogero Reale (Francesco Cassibba) e il veneto Giuseppe Biasin (Vincenzo Tosetto), stretti dalla morsa della povertà, condividono la speranza di dare una svolta alla propria esistenza, emigrando in Belgio, dove possono guadagnare i soldi da mandare in Italia ai rispettivi parenti oppure formare una famiglia con una bella ragazza “belgica”. La poca confidenza iniziale tra di loro viene superata per far fronte comune alle condizioni disumane e ai disagi da affrontare, tanto che Giuseppe, di origini venete, arriverà a dire alla moglie Natalina: “I terroni sono l’unica roba buona della miniera”.

Sarah Nicolucci in uno dei ruoli femminili che ha ricoperto (© Francesco Nannarelli)

Sul palco il ritmo delle battute è serrato e gli interpreti hanno tra loro una sintonia che incanta. Non potrebbe essere diversamente perché – complice la geniale scenografia ideata da Alessandro Chitiil cast si muove come in una coreografia, nel montare e smontare le strutture metalliche, con cui viene riprodotto ora il treno affollato che porta i migranti a destinazione dopo ben cinque giorni di viaggio, ora le gallerie asfittiche della miniera, alte soltanto mezzo metro, in cui “il buio non è come quello di quando chiudi gli occhi” e dove, stando sdraiati, scavano “tre metri al giorno, altrimenti ti scalano la paga” e troveranno la morte. Una fine ingiusta, dopo gli anni di lavoro estenuante, fatto di turni massacranti, paghe a cottimo, pasti scarsi e minacce a chi protestava. C’erano momenti liberi per giocare a carte, telefonare a casa – se non erano stati raggiunti in Belgio dalle famiglie – e per seguire le imprese ciclistiche del favoloso Coppi, in cui trovare il riscatto dall’essere discriminati come italiani. Sulle porte di ingresso dei locali pubblici a Liegi c’era la scritta “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”.

La scenografia duttile e spettacolare firmata da Alessandro Chiti (© Francesco Nannarelli)

L’epilogo dell’atto unico è tragico, come la realtà della vicenda storica, sporca del fumo tossico che, a seguito dell’incendio innescato da una scintilla elettrica, avvolge le vittime, scese con gli ascensori giù nei pozzi a circa mille metri di profondità, e non le fa tornare in superficie. Dopo la tragedia alcune delle vedove furono risarcite con cifre irrisorie, mentre altre non ottennero nemmeno la pensione dei mariti.

In alto da sinistra: Vincenzo Tosetto e Ariele Vincenti; in basso da sinistra: Francesco Cassibba e Giacomo Rasetti (© Francesco Nannarelli)

Marcinelle” è uno spettacolo privo di retorica, senza didascalismo e vibranti di verità, che merita di calcare tutti i principali palcoscenici italiani, per riportare alla luce “la musica della miniera” e le speranze di quegli uomini che volevano essere liberi di sognare una vita più dignitosa, in cui veder realizzate le proprie aspirazioni. Grazie alla qualità del testo, alla bravura degli interpreti, alla scenografia, al gioco di luci e alla produzione di Alt Academy e Teatro Stabile d’Abruzzo è possibile assaporare il senso profondo del fare teatro.

Margherita De Donato

© Francesco Nannarelli

A questi link (n. 1 e 2) due brevi video dello spettacolo utilizzati a solo scopo informativo; tutti i diritti d’autore e di proprietà restano esclusivamente ai legittimi proprietari.

SU RAINEWS UN VIDEO STORICO COMMEMORATIVO DELLA VICENDA

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